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NORMA
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L'ANTICA NORBA
Era già il suolo adusto e tutto ardore,
il prato raso, e ti fiorian intorno
e peri e meli, e il castagneto adorno
già di bei ricci, amanti di calore.
Quand'io rivenni, peregrin d'amore,
a te, mia Norba, e in questo mio ritorno,
nel conversar con nuova gente al giorno,
a te riedeva spesso con il mio cuore.
Le porte chiuse e rovinate stanze,
le torri mute, le deserte vie,
i templi, i fòri, sacri a l'adunanze,
Mesto calcai al tramontar del die,
proprio nell'ora, quando l'ombra appare,
ed al pensare invita l'alme pie!
Delle tube il clamore e degli armati
l'eco diffonde, accresce ed empie il cielo!
Baglior di fiamme, il denso e fitto velo
de l'altra notte squarcia, e i lagrimati.
Tetti de la città, di già provati
per lunga, aspra tenzon, ed in sfacelo,
penètra, investe, e di rovine anelo,
un vasto rogo innalza ai nimi irati.
Che fu, che avvenne? Traditrice mano,
dentro le mura immise oste nemica:
nella salute più spera il Norbano!
Il fuoco invoca, allor, la morte amica:
per sè, per l'are e i fochi; ed il Sillano,
predar di Norba non potè una mica.
Oh notte, oh notte orrenda lacrimosa!
Chi, parlando, ridir potria gli affanni
di quell'ora fatal, trista, dogliosa,
con lacrime adeguar i lutti, i danni?
Rovinano le mura all'onda estuosa,
i sacri templi, e degli divi i scanni.
Lungo le vie e ne la stanza ascosa,
stende crudele morte i negri vanni.
Sono guerrier, che cieca rabbia a morte
adduce tra le fiamme, in mezzo all'armi:
son madri, che morendo, ancor la sorte.
Piangon dei figli, prematura, fèra:
son di donzelle e spose estremi carni!
Ancora un poco, e poi? Silenzio impera!
PRIMAVERA NUOVA
Lieto, festante e fuori d'ogni cura
Ti veggio, fiumicel, siccome pria
Quando di città belle ancor fioria,
Lungo il tuo corso, la regal pianura,
Se miri in suso, vedi già le mura
Di nuova Norba che da l'alto spia;
Se in sen ti guardi o verso l'Appia via,
Di città nuove scopri la postura.
Vé come cresce leggiadretta e snella,
In forma circolar tra le tue braccia,
La vaga Ninfa, fior de le castella?
Corri, mio fiumicello, corri in traccia
Dei tuoi consorti, e ad essi la novella
Recar del tuo gioir non ti dispiaccia.
CAMPANE AL VENTO
Alta è la notte, e la città cullata
Dal cupo tonfo e murmure costante
Del fiumicel, sen giace addormentata.
Sol de le sacre torri dal quadrante
Si spicca un suon, che segna la passata
Ora notturna al cittadin vegliante.
Corre la luna bianca, inargentata,
E l'onda rende al lago abbarbaglinate.
D'aerei bronzi, intanto squilli alati
riportan l'aure ai ninfesin dormienti,
Da la Pretesa e dal vicin Mirteto.
E' mezzanotte, e son di già chiamati
I figli di Cistercio penitenti
Lo sposo a mattinar con canto lieto.
BARBAROSSA
Spiranti orror, da le collin d'Evandro,
del padre Tebro dalle sacre sponde,
con l'ali al piè le schiere furibonde
di Federico van contro Alessandro.
Non fu si crude in riva a lo Scamandro,
nè più di strge e sangue sitibonde,
le genti Anchee, contro al Troian che asconde
l'intollerando oltraggio di Lisandro;
come su te piombar, città ospitale,
le nordiche legion, non d'altro réa,
che di cortese amor, di fé leale.
La rosa del ontintin, l'orda plebèa,
scempia e calpesta con villan stivale;
ma già Pontida la sua lega crèa.
IL LAGO
Laghetto breve, chiaro e cristallino,
dal fondo terso, dai riflessi puri,
dall'acqua scintillante qual rubino,
dei miei verd'anni incanto e dei maturi.
Quando spuntava il sole in sul mattino,
prìa che soggiacesse ai fati duri,
la sovrastante rocca del Pontino,
specchiavi nel tuo seno i saldi muri,
le acropoli sublimi e forti cinte,
i torrioni ed i palagi illustri,
in mille forme e varianti tinte.
E in mezzo all'alghe e agli arbuscel palustri,
i suon, le voci da l' aurette spinte,
l'eco misceva coi rumor lacustri.
IL MANDRIANO
O, mandriano, che ti porti lento,
allor che del tramonto l'ora scocca,
la pelle in spalla e con la piva in bocca,
suonando dietro al pascolato armento
la flebil nenia e l'usual concento,
per dissetarlo e riempir tua brocca
in quelle sacre linfe, il cuor ti tocca
della solinga il vuoto in quel momento?
Non esser sì scortese, o pastorello,
da fraudar d'un tuo sospiro pio
le grame ruine, il lago e il fiumicello.
Ma pensa lacrimoso al fato rio,
ch'una beltà si fresca, in negro avello
converse, crudo, e la dannò a l'oblio.
LA DEA FEBBRE
Di stragi orrende e di rovine altrici,
le lunghe interminabili tensioni
d'imperetor, di conti e di baroni
non ti fiaccaro , o mura un dì felici.
L'altra possanza e l'armi protettrici
del tuo signor, da le Pontin regioni
e orsi, colonne e serpi, lupu e leoni,
tenner lontani quai mortal nemici. (1)
Ma feral morbo spense in te la vita;
l'orrida febbre insidiosa fata,
nell'onde tue s'annida, e corre ardita
Di magione in mangion senza durata;
e non v'è forza e niun rimedii para
che scovi, uccida e schienati la malnata. (2)
(1) Simbli degli stemmi dei diversi signori romani.
(2) Si vuole che Ninfa fosse evacuata dopo il 1400
per un morbo petecchiale, ed anche per la crescente
insalubrità del luogo.
LA FARFALLETTA
Di salcio in salcio,farfalletta fina,
da l'ali d'oro e nel tuo vol leggiera,
passi e ripassi l'onda cristallina
del bianco pellegrin, da mane a sera.
Ma qual conforto porti tu, meschina,
a chi sentì lo schianto e la bufera
ruggirgli attorno, e da crudel rapina
spogliar si vide, ed alla parca nera
Trenta città votate ed a l'oblio?
da le sorgenti e forse insino al mare,
svolazzi incerta sovra il mesto rio,
Senza mostrare il fin del ratto andare.
ad animo gentil, cortese e pio
Che tu abbia cuor, che sente duol, non pare.
NOVELLI FATI
Non ti crucciar, mio fiumicel sereno,
se or la sorgente e le frondose rive,
ne picciol corso, son deserte e prive
dei borghi e città prische che ripieno
Ti fean di Ninfe e Numi il molle seno:
Se più non vedi a le tue linfe vive
d'urbane giovanette comitive
a te pellegrinanti, al rezzo ameno.
A l'onda segue l'onda, il flutto al flutto,
e dalla marcia tu giammai non resti,
e in ogni tanto ti rinnovi in tutto.
Ferme le genti e le città vorresti?
Non ti crucciar, non prolungar il lutto,
novelli fati sono a sorger presto.
PERCHE' SEI TRISTE?
Perché, mio fiumicel, corri pensoso
pel molle letto e le fiorite sponde,
e quasi a malincuore lasci l'onde
natie ed alla meta sei ritroso?
il tuo cammino e piano, ed ubertoso
è il campo che passeggi, e messi bionde
ovunque incontri, e mai il sol t'asconde
i rai in sino al mar sonante, iroso.
Tu che sei gentile, ricco e mansueto:
dei tuoi consorti l'Amasen, l'Ufente,
la turbolenza Toppia, Astura inquieto,
geloso sei o invidii la sorgente? (1)
Ma la cagion, perchè nonb corri dietro,
è che nel corso le città son spente.
(1) Sono i nomi di quattro fiumi esistenti
nella pianura Pontina abbastanza noti nella
tradizione letteraria latina, essendo nominati
i primi tre da Virgilio e da altri poeti.
VOCE AMMONITRICE
Se tu pensassi al lacrimevol fato
de le città fiorenti, illustri, chiare,
che t'incorona da la culla al mare,
bel fiumicello, fresco, inargentato,
non oseresti continuar l'usato
e stabil corso, armenti a ricreare,
campi e giardini, e da l'ardor solare
temprare il cielo afoso e infuocato.
Ma ad altro intendi, ed altro dici teco
nel rinnovar ad ogni istante il corso,
e a tutte apporti ammonitrice voce.
Come repente le mie stille reco
nel vasto mar senza sperar ricorso,
si tutto volge a interminata foce.