3D-IVERTENDOMI


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Don Mauro Prosseda

NORMA

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IN CAMERA CHARITATIS



Finalmente finito è quel mio canto
(1)
Che dolcemente mi cruccíava tanto,
E qual risposta al nobil tuo lamento
Te lo presento

Non è di quattro idee un chiribbizzo
Ma del valor dei nostri un breve schizzo;
E non è poi prolisso come credi,
E ben lo vedi.

Ma converrai però che a un sì gran tema
D'uopo sarebbe stato un bel poema;
quante umili vittorie riportate....
E le ho lasciate.

Ma certo non si puol portare la croce,
Disse quel tale, e modular la voce;
Pur lascinado a chi vien, di tutto cuore,
Quest'altro onore.

Mi piacque analizzar quegli elementi
Che quell'orde facean così furenti,
E, detto come il piano fu deluso,
Te l'ho concluso.

Non ti dirò che sia un'opra d'arte
Non pretendo, ma pur, modestia a parte,
Qui scritto tra una vita tumultuosa,
E' qualche cosa.

Vaglialo pur da critico mordace,
Non perderò per questo la mia pace;
Ad ogni giusto critico io dico:
Sei un amico.



Luglio 1918

(1)"quel mio canto"- Il Canto del Piave. E ciò che valga per tutte le altre voci qui riportate.


.


CANTO DE LA GLORIA ( Vittorio Veneto )



Gloria al Signor dei cieli, a Dio sia gloria
Luce e fortezza dei latini eroi!
Ci diè piena vittoria
Sui trasgressori dei precetti suoi!
Gloria a quel Genio sia che, in un istante
Con fulmineo cimento,
Lanciò dal Piave il glorioso fante
Sovra le guglie di San Giusto e Trento.

L'ardente sogno di tornare a Roma
Quanto da Dio le fu riconosciuto
Per confini e idioma,
Per man dei propri figli oggi è compiuto;
Sia gloria ai Padri che tra le vicende
L'ebbero amica stella;
Gloria al popolo nostro; e gloria splende
Quanto sudata fu tanto più bella.

Fu ardente fede! Eppur quel voto ardente,
Fatto poi segno di comun riscatto,
La fiera itala gente
Raggiunger disdegnò col vil ricatto;
Ma a pro' del civil mondo minacciato
Dal furor d'un caino,
Prese quel voto e lo gettò al suo fato
Su le balze del Carso e del Trentino.

Che valse fu a vendetta fu dannata
Da chi affidò il suo codice al cannone?
Derisa, disprezzata,
Ricca non d'or, ma sol d'abnegazione,
Stese le braccia con asciutte ciglia
Tra le funeree fosse;
Disse a la gloria sua: Di te son figlia!
E s'abbrancò sui picchi e non si scosse.

E scrisse quelle pagine di valore
Che rese altrui il sostener men grave;
Che se poi nel dolore
Sacro fe' il grappa e benedetto il Piave,
Tenace a quella gloria a cui si volse
E che duol non estinse
Cui l'energie de' suoi tutte raccolse,
Qui ponderò le avverse, e qui le vinse.

Non io, non io col mio profano indegno
Or qui potrei, e col mio dir fugace,
In modo che sia degno
Dir Vittorio sueguir lo scacco audace;
Chè non si arresta no a quel limitare
De la gloria la vela;
ma tovolgente da lo Stelvio al mare
Muta e fulminea ovunque si rivela.

Da Vittorio, dal Grappa, da ogni parte
L'itala gens lanciata si sparpaglia,
E con mirabil arte
Sui varchi preme a guisa di tanaglia:
Crollan i monti, ed ogni alpestre mole
Che ripugnò al pensiero Crolla, e su su per le profonde gole
Crollaun sistema inter, crolla un impero.

Non suoni intanto d'organi e campane
Salutan qui il cessar, di tanti lutti:
In plaghe assai lontane
Deportare anche quelle, o ver distrutti!
tutto è squallore! E il salve ai combattenti,
Per la cessata doglia,
Scende nei cuor, compenetra le menti,
Rimescola gli affetti e al pinato invoglia.

Povera gente! Vide da gli artigli
Del congiurato slavo e del tedesco
tradurre i propri figli,
Sparire il duro pan fin su dal desco!
Vide e non tacque. Ma la sua protesta
Ouando e chi mai l'intese?
Onde col pianto, chè altro non le resta,
Fece un giuro a un altar, pregò ed attese.

Ma lasciate che intenda al santo grido
De la Vittoria che, battendo l'ale,
Giù dal fremente lido
Su pel Nevoso al Brennero risale
E scende come folgore dal cielo
Sui gloriosi campi
De le Fiandre e di Francia, e messo un gelo
Ne l'ossa a l'aggressor, chè più non scampi;

Scosso quel duro orgoglio, che travolge
Con la forza de l'armi e più del dritto,
Tra quelle spire e bolge
Che al mondo ei preparò col suo delitto,
Al ciel risale trepidante, anela
E fra tanta rovina
A l'affanate genti si rivela
Qual da bufera stella mattudina.

Freme d'ebbrezza il mondo! Da l'aduste
Petraiè de' monti ergentesi quai numi,
Dai mari, da l'anguste
Valli e caverne, dai tortuosi fiumi;
Da ovunque una sua terra un forte amore
Del sangue suo fè tinta,
Si eleva un inno che balzar fa il cuore!
La titanica lotta è stata vinta!

L'erculeo sforzo al civil mondo imposto
Dal tracotante orgoglio del più forte,
Del suo principio opposto
Oggi trionfa! Batte a nuove porte
Chè il lavacro di sangue, in che s'immerse;
Ma l'umanità, ci chiede
Non più equilibri di più forze avverse;
Ma tra i popoli sparsi più amore e fede.

Oh! vieni, Amor, oh! vieni! e in ogni loco
vibra e profonda il tuo potente raggio,
struggi, Tu col tuo foco
le ruggini che offriamo a Te in omaggio.
Purifica e suggella il nostro operato;
dà giorni a noi sereni;
per la nuov'era a te plaude i creato!
Vieni fra la tua gloria, oh! vieni, oh! vieni!






CANTO DE LA RISCOSSA (Caporetto)



Qual onda accolta che il profondo incarto
De la non stabil diga corroda,
Se mai per pioggie il contrastato varco
S'apre nel sen de la nemica proda,
Precipita con impeti frementi,
Fuga pastori e armenti,
" la dove non cozza
Impunemente del suo limo insozza.

Tal su di noi si riversò l'accolta
Vandalica falange inorgoglita
Di novelle energie tratte a raccolta
Dopo l'error del folle moscovita:
(1)
Tra folgori e saette e la vendetta
Furibonda si getta,
" dove il suo furore
Non giunge ancor, forier manda il terrore.

Involucri di morte e fiamme irose
Gettati ove non giunge la bufera,
(2)
Scoppii e fragori di gelatinose
Provocati da chi più star dispera,
Voci sparse con fino accorgimento,
Produce uno spavento
Tale che non si ammorza
" nel silenzio suo più si riafforza.

Chi potrebbe ridir la triste scena
Che si svolse in quel suol così provato?
Un'orda ostile avanza e acquista lena,
E un popol cerca scampo, ch'é incalzato.
Le cavallette van non altrimenti
Nei vasti campi ardenti,
Perseguite dal foco,
Cozzandosi tra lor di loco ìn loco.

Cerca il figlio la madre e questa il figlio,
La sposa e i figli il milite grondante
Di sudori e, qual uom che va in esiglio,
Li bacia sol, chè il cuore ha sanguinante;
Chiede piangente il padre infermo e cieco
Che ne li porti seco;
Ma vana è quella doglia
Ch'ei già ha varcata la paterna soglia;

E corso è ai suoi fratelli di battaglia
Con cui di tanta gloria un di si cinse;
Freme nel cuore e minacciando scaglia
Aspri detti a quel rio che gliela estinse;
Vinto non è, che in quella sua minaccia
Sperde distrugge o caccia
A se dinanzi quanto
Teme che giovi a l'invasore.

Intanto non d'oro carca, ma dei propri nati
Giace una madre dal cammin già stanca:
Sopra i ginocchì ì fìglì abbandonati
Al cui languore morte sol quì manca;
Pur sì lusinga; ma poi che ode a caso
Che ormai quel suol è invaso
E divise le sponde
(3)
Perde ogni senso e in pianto si diffonde.

Consola tu, o Signor, l'afflitta madre
E quanti hanno di lei più dura sorte:
Spose, fanciulle, vecchi che, da ladre
Mani afferrate, bramano la morte;
E quanti che sbandate come agnelle
Da quell'alme rubelle,
Per le città randagi
Fuggono inorriditi a tante stragi.

Son essi di quei che odon la tua voce
0 ver di quei che in sè la Mecca aduna?
Però che sui trofei de la tua Croce
Si scorge sventolar la mezza-luna!
(4)
Chè dal nome tuo temuto e santo
Traggono ogni lor vanto,
Tu li frusta quai cani,
Chè son ne l'opre belve e maomettani.

Non bastò lor d'issanguinar le zanne
Su quanti a libertà levaro il ciglio;
Sopra gli oppressi spalancar le canne,
Spiegar dal ciel contro i lontan l'artiglio;
Odi Venezia, Padova e ben tante
Città indifese e sante,
Desolate d'aspetto,
Gridar vendetta dinanzi al tuo cospetto.

Non io, Signor, al mondo la cui via
E' da la tua lontana mille miglia,
Denunziar oso una cotal genia;
Ma al paterno tuo cuor il mio si appiglia.
E se percuoti amando i tuoi preeletti,
Or ch'entro i nostri petti
L'amor tuo santo alberga,
Frangi del tuo furor la ferrea verga.

Ma dal Pasubio, al Brenta, al Grappa, al Piave
(5)
Un argine si va delineando,
E come nibe di vapor già grave
Che la tempesta vada preparando,
Si va afforzando più di mano in mano,
Finchè come vulcano
Per monti e per convalli
In pioggia erompe d'ignei metalli.

Scende il rovente acciar anzi giù piomba
(6)
Con fragorosi tuoni e con ruina;
Ed al nemico ovunque apre la tomba?
Al nemico che a danno suo si ostina;
Chè l'argine leggier al suolo ambito
" il lauro conseguito
Esca novella apporta
A la follia che a morte qui li porta.

A mille, a mille muovono e compatti
Col pugnale fra i denti e il vino in testa,
E a mille, a mille vengono disfatti;
Nessuno li piange e sdegno li calpesta.
Corre di sangue il Piave e ingombre e calde
Il Grappa ha le sue falde,
Che scontan qui i saccheggi
e de le genti le violate leggi.

Venite, o madri e spose e genti nuove,
Che a l'ombra state de l'austriache penne,
Venite qui a veder siccome e dove
Il vostro sangue a Marte offerto venne!
e se l'orrendo quadro ira vi accende
e su di noi discende
La vostra indignazione;
Ma su l'ardir dei vostri e l'ambizione.

Snudammo il brando con ardor febbrile
Pel nostro suol oppresso, e fummo invisi;
Su gl'indifesi usammo un cor gentile,
E i nostri più lontan furono uccisi;
E che altro più volea la prepotenza
Da la nostra pazienza?
Gente arrogante e stolta,
Toglietevi dai piè una buona volta.

Eleulà! a l'aura le vostre ali,
(7)
Velier celesti, ed appuntate il rostro:
Snidate, fulminate quei brutali
Che si fan scudo ancor del sangue nostro.
(8)
Dite a l'oppreso popol che comporti
Fidenti i nostri torti,
Però che rii l'ammenda
Ben pagheranno con crudel vicenda.

E voi che ognor gettate l'ardua prora
Dei mar ne l'onda ben tre volte infida,
Gridate ovunque arridavi l'auruora
Che l'italica gens opra e confida.
Fate tornar gli oceani or si crudeli
A rispecchiar i cieli,
Liberati, spazzati
Dai mostri che vi stanno e dai pirati.

E' delitto, fratelli, un tanto orgolgio
Non rìntuzzar or che la lotta ferve;
L'ignavia frutta sol giogo e cordoglio
Di lotte interne e di città conserve:
Meglio ristare infin al di contratto
Dei comune riscatto,
Che qual snervato erede
Tradir la libertà che Dio ci diede.

D'ogni delitto si macchiò lo scudo
Del mostro che oggi insozza e terre e mari:
Srafi, violenze, tratte e messi a nudo
D'oro e d'amor e popoli ed altari.
Una cotanta infamia, miei fratelli,
Dal mondo sì cancelli!
Uniam l'ardire al dritto,
E a la vittoria fia breve il tragitto.

Aprile 1918





(1) "Dopo l'error..." ecc..-Dopo lo scoppio della rivoluzione russa. Per essa l'Impero Austrio -Ungarico, alleggerito il fronte russo, riversava tutto il grosso dell'esercito sul fronte italiano.

(2) "Bufera" A mezzo dei velivoli da bombardamento.

(3) "E divise le sponde"- Per il taglio netto fra i due opposti esercìtì con la distruzione dei ponti fluviali del Tagliamento, de la Livenza, del Piave.

(4) " La Mezzaluna"-La bandiera dei maomettani bosnianici veduta, si disse, sventolare sul campanile d'alcune nostre città invase in quel frangente.

(5) "Ma dal Pasubio ecc."-E' qui trascritta brevemente la liea di restistenza su la quale ci schierammo dopo Caporetto; linea che a
un anno di distanza ci doveva portare alla vittoria.

(6) "Scende '1 rovente acciar...ecc." E' qui toccata brevemente l'eroi restistenza di allora.

(7) "Eleulà"-Parola coniata senza pretesa alcuna, da chi ha sritto questo canto, composta di tre vocaboli ;semitico il primo: (el) Dio greco il secondo: (eu) bene-italiano l'ultimo: l'ala.

(8) "Che sí fan scudo ecc." Non essendo troppo facile per noi, dopo Caporetto, danneggiare il nemico insediatosi ne le nostre città, senza nuocere a le nostre popolazioni de territori invasi.





CANTO DEL PIAVE ( Battaglia del solstizio)



Esultate, o de l'italo valore
Degni ed eletti figli! Avete tolta
E respinta l'infamia al proprio autore
E la patria salvata un'altra volta.
Gioite pur; la militar canzone
Di moduli si accresca:
Avete or or con vera abnegazione
Qui vinta una battaglia gigantesca.

Frantumaste un impero che sprezzato
Per l'indolenza fin da' suoi consorti,
Da popoli non suoi mal sopportato,
Rialzar su noi volea le proprie sorti:
Recuperar volea su noi, fratelli,
La marziale impronta;
Satollarsi di biade e sui ribelli
Vibrar la spada e la vendetta pronta.

Che gli potea mancar, perché ad effetto
Tradur potesse questo rio disegno?
Non l'odio, non l'orgoglio od il dispetto,
Vecchie virtù del suo feroce ingegno;
Non armati, non bellici strumenti
Che da la Russia tolse
Il dì che questa, ne' suoi tristi eventi
L'ugna violenta a sè folle rivolse.

Di tutto disponea, tutto dispose
Nel delirio febbril de l'alta impresa:
Già gli parea posar le piante annose
Sul Montello e sul Grappa, e la protesa
Persona sua distendere sui piani
Stender le scarne braccia
Su Venezia e Vicenza e in su le mani
Quindi rialzarsi pieno di minaccia.

Ma fu dolce visione,un aureo sogno
Come d'inferno che, a l'azione lenta
Del mal che soffre, giusta il suo bisogno
Segue la fantasia che lo fomenta.
Non ricordò le vette a sè strappate
Nel Cadore e trentino,
Non l'onde de l'Isonzo traghettate
Dai prodi figli del valor latino.

Non ricordò che al suo furor d'ogni giorno
Per ben due volte il punitor suo brando
S'ebbe da voi spezzato. Un tanto scorno
Mal ei comprese, oppur venne scemando:
Non foste voi, gridò, ma sì l'impaccio
Ch'ebbe da Russia allora,
Non voi sul Grappa; ma il suo stanco braccio;
E ben, diss'ei, vi fia dimostro or ora.

Ecco l'orde vandaliche son pronte
D'odio e d'assenzìo or ora abbeverate,
Fremono di spezzare il picciol fronte
Che lor contende le città sognate;
Ecco non tinto ancor è il ciel sereno
Dei mattudini albori,
Che già segnato è l'epico terreno
Da baleni, faville e da fragori.

Sotto un arco d'acciar dal tuon gettato
Di mille e mille e più fulminee bocche,
A sveller atto da l'opposto lato
Non pur tincee, le più munite rocche,
Protetti da la nebbia e la boscaglia
Si slanciano da eroi;
Tentano il Grappa e il Piave; ma a battaglia
E al Grappa e al Piave c'eravate voi.

Chè un contr'arco non men d'ardenti lave
Scende su l'aggresor e si il flagella,
Che il primo ardor gli spenge in fondo al
Piave Non men che tra i roccion de la Valbella;
Lo segue inesorabile e tonante
Su per la destra proda
A Cancelù, al Montello e trionfante
Qui tra il sangue il condusse e qui l'inchida.

Se guata avanti, mille bajonette
A se converse ei vede; e se mai volge
Il guado al fiume, il vede da saette
Tutto converso in infernali bolge.
Se in ciel,v'è chi lo scruta e gl'interdice
Di farne altrui parola;
0 ver chi vincitor su l'ala altrice
Che gli ricaccia la disfida in gola.

Pur tenta anco, pria di mostrare il dorso,
Se mai riesca a uscir da quella gogna
Che gli farà tra breve a sorso a sorso
Gustar la morte con crudel vergogna.
Rinvigorisce d'infernali tempre
Lo spente ardir de' suoi;
Ma, o prodi figli, come prima e sempre
Contro l'inferno c'eravate voi.

E si sveglia qual ebbro e stupefatto
Un mar di sangue ei vede a proprio danno
Sparso senza profitto, anzi disfatto
In otto aurore il lavorio d'un anno.
Teme che più ristar, il Piave, il Grappa
Tutto ve lo sommerga,
Onde, qual tauro che dal can si strappa,
A l'agone fatal volge le terga.

Dispiega intanto le sue svelte penne
La fama, e al mondo che tra voti attende
Rapida giunse per le note antenne
E canta e illustra l'itale vicende;
Da Francia, Italia,America, Inghilterra
Già un grido alto e giocondo
Concorde come folgore si sferra
E benefico scuote il neutro mondo.

E profetando i giorni ancor più belli,
Unito a quel che dal Tonale al Carso
Sorge da lo squallor dei sacri avelli
Dei prodi nostri, dal loro sangue sparso,
Si eleva al ciel plaudente, e in un sol coro
Con commosse e vibrate
Parole benedice al vostro alloro,
E vi ripete ancor: Figli, esultate.



Luglio 1918






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