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NORMA
COME ERAVAMO
IMMAGINI DI UN PAESE: NORMA
Difendere la memoria storica è un preciso dovere di ognuno sia nei confronti di chi ci ha preceduto sia verso le future generazioni; giustamente qualcuno ha detto che un popolo senza passato è destinato a non avere futuro.
Tra tutte le forme di salvaguardia del nostro patrimonio, forse le foto rappresentano quella di più immediato impatto emotivo.
Spogliate da tutte le parole, esse restano lì, nude nella loro semplicità e nonostante ciò ovvero proprio per questa loro capacità di fermare il tempo, hanno la forza di suscitare sensazioni, di evocare ricordi, di stimolare la ricerca.
Una raccolta fotografica è innanzitutto una riscoperta del proprio passato, in particolar modo per questa generazione, testimone di una fase di transizione da un mondo scandito da ritmi e valori secolari in uno dove tutto sembra già superato ancor prima di aver un inizio.
Da una società basata sui rapporti personali, sulla solidarietà, sulla parola, si sta passando ad una società fatta di immagini, a volte virtuali, a volte finte o quantomeno ingannevoli che conducono all'isolamento, all'egoismo.
Siamo di fronte ad un cambio generazionale epocale dove è preciso compito salvaguardare tutte quelle forme positive del vivere umano, che ci hanno preceduto e che hanno contribuito a formare, nel tempo, le nostre tradizioni, il nostro patrimonio culturale.
Paese povero, il nostro, come ben si vede dalle foto: una vita segnata dal duro lavoro dei campi, dalle lacrime delle mamme, dalla precarietà delle situazioni della vita ma scandito in modo semplice da valori sociali e religiosi che facevano superare alle nostre famiglie ed alla nostra comunità, anche i momenti più difficili.
Un'esistenza vissuta, anche fisicamente, gli uni accanto agli altri: le vie, i vicoli e le piazzette del centro storico traboccavano di vita, di operosità, di canti, di grida, di giochi, di chiacchiere...
Oggi, pur giustamente, cerchiamo fuori la cinta delle mura medievali comodità che le povere case, costruite l'una addossata all'altra, non possono darci.
Tempi e ritmi diversi, si diceva, di un passato lasciato inesorabilmente alle spalle a favore di una riconosciuta e doverosa comodità a cui tutti tendiamo ma che purtroppo sembra allontanarci dal "sentire" dei nostri nonni.
Ben si sa che questa raccolta fotografica, fortemente voluta da questo Assessorato alla Cultura, non poteva e non può avere la presunzione c costituire un'esposizione completa del nostro passato.
Essa vuole invece essere un contributo a far sì che Norma sia sempre più conosciuta, amata e rispettata, a cominciare dagli stessi normesi, offrendo loro un quadro sintetico ma il più omogeneo possibile di uno spaccato di vita.
Affinché, infine, questo importante patrimonio di immagini non vada perduto ma che rimanga come viva testimonianza di un tempo che c appartiene.
Un sentito ringraziamento al Circolo Fotografico di Norma, che ha fornito parte rilevante del materiale pubblicato, al sig. Giuseppe Celano ed al sig. Mario Corvi per la preziosa collaborazione prestata.
Vincenzo Pinti
PRESENTAZIONE
La storia è fatta di documenti, scritti, oggetti di varia natura ed arte nelle forme e nei modi di un'epoca, che ci riportano a valutarne il grado di cultura, di relazioni sociali ed economiche di un popolo.
Tra queste, la fotografia è un formidabile mezzo che ci ricorda, con le sue immagini, chi eravamo.
Questa gelosa raccolta, con emozione, a volte con rancore o rimpianto ci ricorda Norma com'era, con le sue strade, piazze, case, uomini, donne, bambini, galline ed asini.
La memoria torna a rivedere quei bambini con vestiti ridottissimi del fratello più grande passati poi a loro e opportunamente lavati e ricuciti in occasione della fotografia con la scolaresca, la testa rasata per difenderla dalle pulci ed i pidocchi, la cartella scolastica di cartone o di pezza a tracolla...
Ciò nonostante da quelle scuole, condotte con zelo e rigore dai maestri, tutti hanno appreso a leggere, a scrivere, a far di conto, tanto che, alcuni, continuando gli studi, sono diventati sacerdoti, avvocati, professionisti, diplomati.
Lavori ordinari o stagionali, oggi scomparsi, come flash tornano alla memoria non tanto lontana.
Come dimenticare le "cavette" di donne e ragazze che passavano l'inverno freddo e piovoso chine a raccogliere le olive e che, con ì loro canti, i nostri canti, addolcivano la campagna?
Pastori, contadini, bovari, mulattieri, uomini rudi temprati dalla fatica con l'immancabile cappello ed i gambali!
Non mancavano manifestazioni religiose e patriottiche seguite con grande partecipazione, basti vedere l'incoronazione della Madonna del Rifugio, nel 1948: il coro canta la Messa solenne sul cassone di un autocarro!
Bandiere, gagliardetti, camice nere e fez segnano un'epoca, vissuta soprattutto dai nostri nonni, allora ragazzi, tra una forzata sfilata ed un obbligato saggio ginnico, chiusa poi dai sopravvissuti e reduci della disastrosa seconda guerra, con l'aggiunta di altri nomi di giovani innocenti al Monumento ai Caduti.
Finalmente la pace: le ragazze ora indossano il costume tradizionale di Norma, forse il vestito ed i coralli della nonna, si pensa a valorizzare le nostre ricchezze storiche archeologiche, si impiantano i primi segnali turistici dell'Antica Norba, si fonda la Pro Loco.
La voglia di abbellire, di progredire, fa nascere e ristrutturare nuovi negozi; l'ansia di un nuovo corso, il desiderio di libertà e le speranze affidate ad una nuova epoca vanno a volte a discapito della bella architettura di alcuni palazzi ottocenteschí: Via del Corso ne è una riprova.
Rivedendo queste foto, osservando i volti scomparsi della nostra gente, spontanea è la malinconia ma forte è l'orgoglio di essere eredi di gente forte, laboriosa, pacifica.
Forse aveva ragione chi, preso da un momento di sentimentalismo, diceva: "si stava meglio quando si stava peggio!"
Il "peggio" si commenta da solo; il "meglio" era lo spirito di solidarietà, la "carnalità" l'essere pronti a soccorrere chiunque avesse avuto bisogno, in ogni situazione che la vita proponeva.
Concludendo, mi rifaccio al poeta Trilussa nella poesia "Demolizzione"
Nel rivedere la sua casa demolita e con essa anche i ricordi dell'età giovanile, così conclude:
"Speranze, dubbi, lagrime, singhiozzi...
quanti ricordi in una casa vecchia!
Ma quanti sorci e bagarozzi!"
Mario Corvi
RICORDI DEL MIO PAESE
Dolce paese mio, terra d'amore,
se l'età bella dè felici inganni
io vissi in te, il tuo pensier dal cuore
non mi cadrà con gli anni.
Qual nido d'aquila, ritta sul monte,
tra verdi prati e lo saettar dei pini
t'affacci a splendido, vasto orizzonte,
o gemma dei Lepini..
S'inerpica su su per l'erta china
la strada in lucidi serpeggiamenti;
e più la meta avverti ch'è vicina,
che cuore che ti senti!...
Balcone aperto sul disteso piano,
il sol ti bacia e ti corteggia il vento;
e all'ora che il tramonto da lontano
indora il firmamento,
che frulli d'ali e stridi e che carole
di rondini impazzite; in lunghe file
nere volteggiano, al cadente sole,
intorno al campanile.
E nel tramonto d'or fumano i tetti
l'aria è quieta e senza mutamento
azzurro è il cielo, azzurri i monti e schietti
nel roseo incantamento.
Alla stagione primule e viole
tessono trame pè fioriti clivi;
lungo il pendio e in balze aeree e sole
auliscono gli ulivi.
Dolce paese mio, patria del cuore,
oh, quante volte - sai - così lontano
pensando a te con nostalgia d'amore
vorrei tornar, ma invano.
Rivedo Civita e le antiche mura
le rovine e quelle oscure grotte
per cui, fanciullo ancor, d'ansie e paura
vegliavo nella notte;
e Bainetta; e al rezzo dei castagni
correr di bimbi a frotte in su e giù
- io vi ricordo, o vecchi miei compagni
che non rividi più - ;
il nastro bianco, allor, del Polverino
la ginestra che fioriva sola
per la Difesa, invito birichino
a marinar la scuola;
Frumale: oh, sì, qual senso di piacere
sentir dal fondo cupo della roccia
quel tic - toc rispondersi, e il cader
dell'acqua a goccia a goccia.
Di folte siepi e d'alberi ombreggiata
ricordo ancor di quei lontani anni,
nel caldo vespero, la passeggiata
al vecchio San Giovanni.
Da San Giovanni vecchio, oltre la via,
il cuor mi batte e si fa lento il passo
il labbro mormora I'Ave - Maria
per l'ora del trapasso.
Sul colle, all'ombra di un cipresso,
giace povera tomba sacra al mio pensiero:
I morti miei lassù dormono in pace
nel bianco cimitero.
Don Angelo Cassandra
Norma: immagini del paese degli anni passati.... continua
Norma: immagini della vita di un tempo.... continua